L'anno nero del lavoro a tempo I precari rischiano l'estinzione
di ROBERTO MANIA
DA flessibili a precari. Da precari a disoccupati. La recessione sconvolge i mercati globali ma anche quelli locali del lavoro. In Italia ci sono circa 4 milioni di lavoratori con contratto atipico e per molti di loro l'obiettivo del posto fisso scolorisce e forse svanisce dentro la perfetta tempesta finanziaria. Per gli atipici, piuttosto, questa è la stagione dei licenziamenti, mentre la precarietà allarga i suoi tentacoli e penetra in quella che era la cittadella dei garantiti del contratto a tempo indeterminato. S'avanzano valanghe di cassa integrazione e di mobilità. E almeno un milione di atipici rischia di finire nelle liste di disoccupazione. La flex-security resta un anglicismo e soprattutto uno slogan con poca fortuna nel Belpaese. Questa è la prima recessione che affrontano i precari made in Italy. La precedente, quella del '93 con quasi un milione di posti persi, non l'hanno vista semplicemente perché non c'erano. Il pacchetto Treu e poi la legge Biagi, con le tante tipologie contrattuali, arriveranno dopo, a cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo: dai co. co. co ai co. co. pro; dal lavoro interinale a quello in somministrazione; dal job sharing al job on call, fino allo staff leasing. Si disse che bisognava rendere più facile l'ingresso nel mercato del lavoro. E le generazioni più giovani hanno sperimentato tutte le vie d'accesso. Ma ci si accorge oggi che è soprattutto più facile licenziare. O non rinnovare i contratti a tempo, che poi è lo stesso. Così - stando a un sondaggio di Eurispes - oltre il 46 per cento degli italiani ritiene che le nuove regole del mercato del lavoro abbiano soltanto reso più difficili le possibilità occupazionali dei più giovani.
Eppure certifica l'ultimo Rapporto del Censis - tra il 2004 e il 2007 l'incremento del lavoro atipico è stato del 14,7 per cento contro una crescita di quello tipico di appena il 2,3 per cento. E ancora: nello stesso periodo i contratti a tempo determinato sono aumentati di quasi il 19 per cento. I numeri complessivi sui precari in transito verso la disoccupazione ancora non ci sono, ma basta guardare cosa sta accadendo in alcune regioni industriali del nord, dove la crisi sta picchiando già duramente, per intuire il trend. In Piemonte a dicembre le assunzioni attraverso i contratti a tempo determinato sono crollate di quasi il 20 per cento, dopo il - 13,3 per cento di ottobre e il - 18 per cento di novembre. I prossimi mesi, va da sé, saranno peggiori. Tra ottobre e novembre nel torinese - dati provenienti dai Centri per l'impiego - si sono persi, senza i rinnovi dei contratti a termine, così quasi 21 mila posti di lavoro, quando solo nei tre mesi precedenti il calo era stato decisamente più contenuto: poco più di 4.000. Il grafico del Veneto non è diverso e l'inversione di tendenza si è registrata a ottobre: da quasi 12 mila contratti a tempo determinato di settembre e meno di 7.000 a novembre. Poi c'è l'Emilia Romagna: nel 2008 sono stati assunti con contratto a tempo determinato 109 mila persone, 90 mila di queste scadono nei primi sei mesi di quest'anno. Dire che sono a rischio è un eufemismo. Tre economisti del sito de lavoce. info (Fabio Berton, Matteo Richiardi e Stefano Sacchi) hanno stimato che a dicembre sarebbero scaduti 300 mila contratti a tempo determinato e solo una parte di questi (meno del 38 per cento) avrebbe poi potuto ottenere il sostegno al reddito. Perché - nell'epoca della produzione just in time e, appunto, della flessibilità del lavoro - il sistema degli ammortizzatori sociali, salvo qualche intervento realizzato dall'ultimo governo di centrosinistra, non è ritagliato per le misure degli atipici. Che non hanno la cassa integrazione perché non mantengono il rapporto con la propria azienda, e per i quali l'accesso all'indennità di disoccupazione è spesso un tragitto tortuoso per superare gli ostacoli che la legge frappone a chi non ha avuto un rapporto standard senza interruzioni. D'altra parte questo è il doppio mercato del lavoro che si è ingrossato negli anni e che non si è mai avvicinato alle vecchie, in fondo rassicuranti, protezione d'epoca taylorista. Ancora i numeri, questa volta relativi al lavoro interinale che, nell'ingordigia definitoria, è diventato "a somministrazione". Insomma, il "lavoro in affitto". La fonte, questa volta, è l'ultima indagine trimestrale dell'Ente bilaterale nazionale per il lavoro temporaneo. Dunque, nel terzo trimestre del 2008 la differenza tra missioni avviate e cessazioni ha registrato un saldo negativo di 60 mila unità (pari al 25 per cento delle missioni avviate nel periodo). Ma nel 2007, considerando il medesimo arco temporale, il saldo era positivo, con un numero di assunzioni superiore di circa 7 mila rispetto alle cessazioni. D'altra parte se sprofonda la domanda, nessuno può chiedere lavoro. E già in condizioni normali - secondo l'Istat - un lavoratore temporaneo ha 14 probabilità su cento di perdere il posto entro un anno, contro il 4 per cento del lavoratore tipico. Gli atipici, si sa, sono i più giovani. Il 21,5 per cento dell'arcipelago del lavoro precario è costituito da lavoratori fino a 34 anni di età. La classe di età compresa tra i 35 e i 44 anni - secondo il Censis - rappresenta il 9 per cento; e ancora meno la classe tra i 45 e i 54 anni: il 6,2 per cento. Ma la precarietà dei giovani - sostiene il Censis - "risulta aggravata" dal netto calo del lavoro tipico nella loro fascia d'età: - 9,5 per cento. E' così che la precarietà è entrata nel ceto medio, perché sono anche i figli di un piccola borghesia poco avvezza alle intemperie del mercato del lavoro, cresciuta all'insegna della stabilità e del progressivo miglioramento del proprio status, a fare i conti con l'incertezza. Certo, sono i precari delle professioni intellettuali, degli uffici, delle consulenze, della pubblica amministrazione, delle università, della ricerca. Non delle fabbriche e neanche dei call center. Che, probabilmente, restano ad appannaggio delle classi popolari. Ma - ha scritto Aris Accornero nel suo "San Precario lavora per noi" - "non si può escludere che i ceti medi, coinvolti in una precarietà che non avevano mai conosciuto, ne vengano da questa frustrati più di quanto tocchi alla classe operaia, se non altro perché avevano aspettative di una maggiore stabilità dell'impiego". La precarietà allora diventa capillare come fenomeno percepito dalla comunità, aldilà delle sue dimensioni numeriche. Soprattutto perché non esistono paracaduti sociali: il precario, in Italia, è senza rete protettiva. In un'inchiesta di poco più di un anno fa, la Ces (la Confederazione dei sindacati europei) ha stimato che l'esercito dei lavoratori vulnerabile (o perché no? working poor, come negli Stati Uniti) ha superato i 30 milioni in tutto il continente: sei milioni nella Spagna del boom immobiliare e della iperliberalizzazione del mercato del lavoro, cinque nella Gran Bretagna, deindustrializzata, sei nella Germania dal welfare opulento. Così che - dati Eurostat - la percentuale di lavoro temporaneo in Europa è di poco superiore al 14 per cento (14,3), ma è oltre un terzo nel mercato spagnolo, il 14,2 per cento in Germania, il 13,3 per cento in Francia, il 12,3 in Italia. Una percentuale non clamorosa ma che negli anni, nella mancanza di un progressivo adeguamento delle protezioni sociali, ha inciso fortemente sulla cultura del lavoro e anche sulla scarsa produttività della nostra economia. Perché non può non esserci un rapporto tra la flessibilizzazione disordinata del nostro mercato del lavoro, con le sue frammentazioni e destrutturazioni, con la sua illusione di un'occupazione crescente nonostante un Pil perlopiù stagnante, e il crollo della produttività del sistema. E' solo una coincidenza che dal 1995 al 2004 la produttività media del lavoro sia aumentata da noi solo del 3,1 per cento, contro il 12 per cento tedesco e l'11,8 per cento francese? Eppure nei decenni passati, quelli delle garanzie, eravamo stati noi la tigre europea. Infine, dopo essere stati tanto flessibili e poi anche precari, i nostri lavoratori atipici difficilmente saranno pensionati, almeno come concepiamo noi adesso questa categoria. Certo - quando lavorano - versano i contributi previdenziali, e il loro è uno dei fondi dell'Inps con il migliore attivo. Ma serve per pagare le pensioni dei loro padri. E forse anche i prepensionamenti decisi, ancora una volta, dall'arroganza della recessione. (9 febbraio 2009)
lunedì 9 febbraio 2009
giovedì 29 gennaio 2009
Roubini è pessimista ma spesso ci azzecca
I crolli dei mercati azionari mondiali sono sempre piu' strettamente correlati tra loro, e le economie dei paesi emergenti seguiranno le nazioni sviluppate in una "rigida recessione": questo il parere del famoso professore dell'Universita' di New York Nouriel Roubini.
Secondo Roubini la crescita economica cinese scendera' sotto il 5% e gli Stati Uniti perderanno sei milioni di posti di lavoro. L'economia americana si espandera' al massimo dell'1% nel 2010, afflitta dalla contrazione delle spese dei privati, mentre il tasso di disoccupazione crescera' almeno del 9%.
"Non c'e' nessun posto dove nascondersi", racconta a Bloomberg Television Roubini, professore di economia alla Stern School of Business di NY, che aveva previsto la crisi finanziaria. "Per la prima volta in decenni abbiamo una recessione globale sincronizzata. I mercati sono diventati perfettamente legati tra loro e cosi' anche le economie. Non e' il classico tipo di recessione di minore entita'".
Il professore suggerisce al governo Usa che dovrebbe nazionalizzare le banche principali perche' le perdite supereranno gli asset, avvicinando lo spauracchio della bancarotta. Gli istituti bancari potrebbero essere poi privatizzati un'altra volta in due o tre anni. Il professore ha confermato la sua previsione, secondo cui le perdite finanziarie statunitensi piu' che triplicheranno a $3.6 mila miliardi e che l'azionario globale brucera' il 20% nel 2009.
"Nessuno e' a favore di una statalizzazione a lungo termine del sistema bancario , ma se non lo si fa si finira' come il Giappone dove sono state mantenute in vita per dieci anni banche 'zombie' che non sono mai state ristrutturate" ha aggiunto Roubini. "Sara' ancora peggio. Quindi e' meglio ripulire, nazionalizzare le banche e venderle poi al settore privato"
Negli anni '90 il governo giapponese esito' a intervenire in tempo per risolvere la crisi finanziaria e poi fini' per incontrare molte difficolta' a far ripartire la crescita e combattere la deflazione, in quel periodo meglio noto come "Decennio Perduto".
Un altro suggerimento dell'economista e' quello di possedere cash o titoli del debito del Tesoro a breve termine, perche' i bond garantiscono rendimenti molto alti e sono economici rispetto ai relativi titoli azionari.
Roubini aveva previsto la crisi a luglio del 2006. A febbraio dell'anno scorso ha poi parlato di un disastro di proporzioni "catastrofiche" in arrivo, che i banchieri centrali non sarebbero riusciti a prevenire e che avrebbe portato al fallimento di molte banche e ad un "netto calo" dell'azionario. Da allora Bear Stearns e' stata ceduta e Lehman Brothers e' fallita, spingendo da un lato le banche ad accumulare contanti e dall'altro impedendo di fatto ad aziende e famiglie di avere accesso al capitale.
(WallStreetItalia.com)
Secondo Roubini la crescita economica cinese scendera' sotto il 5% e gli Stati Uniti perderanno sei milioni di posti di lavoro. L'economia americana si espandera' al massimo dell'1% nel 2010, afflitta dalla contrazione delle spese dei privati, mentre il tasso di disoccupazione crescera' almeno del 9%.
"Non c'e' nessun posto dove nascondersi", racconta a Bloomberg Television Roubini, professore di economia alla Stern School of Business di NY, che aveva previsto la crisi finanziaria. "Per la prima volta in decenni abbiamo una recessione globale sincronizzata. I mercati sono diventati perfettamente legati tra loro e cosi' anche le economie. Non e' il classico tipo di recessione di minore entita'".
Il professore suggerisce al governo Usa che dovrebbe nazionalizzare le banche principali perche' le perdite supereranno gli asset, avvicinando lo spauracchio della bancarotta. Gli istituti bancari potrebbero essere poi privatizzati un'altra volta in due o tre anni. Il professore ha confermato la sua previsione, secondo cui le perdite finanziarie statunitensi piu' che triplicheranno a $3.6 mila miliardi e che l'azionario globale brucera' il 20% nel 2009.
"Nessuno e' a favore di una statalizzazione a lungo termine del sistema bancario , ma se non lo si fa si finira' come il Giappone dove sono state mantenute in vita per dieci anni banche 'zombie' che non sono mai state ristrutturate" ha aggiunto Roubini. "Sara' ancora peggio. Quindi e' meglio ripulire, nazionalizzare le banche e venderle poi al settore privato"
Negli anni '90 il governo giapponese esito' a intervenire in tempo per risolvere la crisi finanziaria e poi fini' per incontrare molte difficolta' a far ripartire la crescita e combattere la deflazione, in quel periodo meglio noto come "Decennio Perduto".
Un altro suggerimento dell'economista e' quello di possedere cash o titoli del debito del Tesoro a breve termine, perche' i bond garantiscono rendimenti molto alti e sono economici rispetto ai relativi titoli azionari.
Roubini aveva previsto la crisi a luglio del 2006. A febbraio dell'anno scorso ha poi parlato di un disastro di proporzioni "catastrofiche" in arrivo, che i banchieri centrali non sarebbero riusciti a prevenire e che avrebbe portato al fallimento di molte banche e ad un "netto calo" dell'azionario. Da allora Bear Stearns e' stata ceduta e Lehman Brothers e' fallita, spingendo da un lato le banche ad accumulare contanti e dall'altro impedendo di fatto ad aziende e famiglie di avere accesso al capitale.
(WallStreetItalia.com)
Almeno qualcuno assume
Il Low cost di qualità batte la crisi. Il gigante svedese della moda «cheap» Hennets & Mauritz, più conosciuto come H&M, ha terminato l'esercizio 2008 (chiuso il 30 novembre) con un utile in rialzo del 12,5% a 15,29 miliardi di corone svedesi (1,44 miliardi di euro). In crescita anche il giro d'affari a 88,53 miliardi di corone svedesi (8,3 miliardi di euro) con un progresso del 13%. Bene anche l'ultimo trimestre settembre-novembre che ha registrato ricavi in aumento del 15,3% e utili in crescita del 9,4%. L'utile netto per l'intero anno si è attestato a 15,294 miliardi di corone (1,45 miliardi di euro) in crescita del 12,55% rispetto a un anno prima. Sulla base di queste performance, il Consiglio di amministrazione proporrà agli azionisti un dividendo da 15,50 corone per ogni azione (1,47 euro). In aumento del 10,7 per cento rispetto al livello dello scorso anno.
Per il 2009 «le prospettive restano positive», sottolinea la società che prevede di assumere 6-7mila persone. Per il mese che si sta chiudendo H&M precisa di attendersi un aumento dell'8% sul fatturato, mentre a partire da febbraio, iniziando dai paesi scandinavi, lancerà la sua nuova linea di corredi tessili per la casa, H&M Home. Sulla base degli ultimi dati disponibili, a livello globale la società conta 53.430 addetti, contro i 47.029 di un anno prima, di cui 4.924 in Svezia. Secondo gli analisti, l'exploit della catena di abbigliamento si spiega con il fatto che, a causa della crisi, anche le persone che prima facevano shopping in negozi costosi hanno dovuto ripiegare su marchi più economici, anche se sempre di qualità.
(Sole 24 Ore di giovedì 29 gennaio 2009)
Per il 2009 «le prospettive restano positive», sottolinea la società che prevede di assumere 6-7mila persone. Per il mese che si sta chiudendo H&M precisa di attendersi un aumento dell'8% sul fatturato, mentre a partire da febbraio, iniziando dai paesi scandinavi, lancerà la sua nuova linea di corredi tessili per la casa, H&M Home. Sulla base degli ultimi dati disponibili, a livello globale la società conta 53.430 addetti, contro i 47.029 di un anno prima, di cui 4.924 in Svezia. Secondo gli analisti, l'exploit della catena di abbigliamento si spiega con il fatto che, a causa della crisi, anche le persone che prima facevano shopping in negozi costosi hanno dovuto ripiegare su marchi più economici, anche se sempre di qualità.
(Sole 24 Ore di giovedì 29 gennaio 2009)
venerdì 9 gennaio 2009
Formigoni: la compagnia di bandiera ha abbandonato il 70% delle rotte. Penati: apriamo al mercato
«Così ci riducono ad un deserto»
Gli enti locali milanesi chiedono la liberalizzazione dei voli
MILANO. Sulla carta sarebbe dovuto diventare il secondo hub italiano e, per questo, sono stati investiti miliardi di euro. Invece lo scalo varesino di Malpensa si avvia alla “desertificazione”, per usare le parole del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Alitalia ha abbandonato più del 70% delle sue rotte e al controllo passeggeri sono sparite le code, così come non c’è la ressa nella sala degli arrivi. Ieri, mentre a Roma Umberto Bossi cercava di spiegare al premier Silvio Berlusconi le “ragioni del nord”, all’aeroporto di Malpensa il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati (a capo di una giusta di centro-sinistra) ha riunito istituzioni (c’erano i presidenti delle province di Novara, Varese, Verbania), imprenditori, sindacati e consumatori. La richiesta è una sola: liberalizzazione dei voli. «I voli non più esercitati da Alitalia - ha spiegato Penati - siano messi a disposizione di altre compagnie. Chiediamo un regime di open-sky (cielo-aperto) che esiste già all’interno dell’Unione europea. Un regime che garantirà un servizio qualificato all’area più sviluppata del paese e tariffe più basse per i passeggeri». Penati non ha risparmiato attacchi al governo. «Non è possibile - ha detto - che vengano fatte scelte per proteggere il piccolo monopolista che è Cai. Tra l’altro Cai è una società privata e Alitalia non è più la compagnia di bandiera. La nuova Alitalia faccia le scelte che ritiene più opportune, ma questo territorio deve essere libero di scegliere le compagnie aeree che vuole, per collegare la Lombardia al resto del mondo». Dalle parole del presidente della Provincia anche un po’ di ironia sul “patriottismo” degli azionisti di Cai che Berlusconi, appunto, non aveva esitato a chiamare “patrioti”. «Dovevano salvaguardare l’italianità - ha detto - attraverso voli internazionali e intercontinentali. In realtà nel loro piano ci sono ben 99 voli alla settimana per il Charles De Gaulle di Parigi, praticamente negli orari di punta uno all’ora da Milano e da Roma. E Cai prenderà anche delle percentuali da Air France sui passeggeri italiani trasportati a Parigi per viaggiare poi sui loro aerei». «Il futuro di Malpensa - e Penati smette l’ironia per concentrarsi su una situazione certamente difficile - è il point to point. Pensate che negli Stati Uniti c’è un solo hub che è ad Atlanta e non a New York. Con la liberalizazione dei diritti di volo sarà rivisto anche il concetto di hub». «Non dico - ha aggiunto - che i diritti di volo devono essere liberalizzati solo per Malpensa, ma per tutto il Paese. Bisogna uscire dalla logica localistica e andare verso una logica di mercato. Se sarà così, anche aeroporti come Venezia e Pisa, che attraggono il turismo americano, potranno avere notevoli sviluppi, mentre Milano potrà continuare a sviluppare il suo mercato business».
Gigi Furini
«Così ci riducono ad un deserto»
Gli enti locali milanesi chiedono la liberalizzazione dei voli
MILANO. Sulla carta sarebbe dovuto diventare il secondo hub italiano e, per questo, sono stati investiti miliardi di euro. Invece lo scalo varesino di Malpensa si avvia alla “desertificazione”, per usare le parole del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Alitalia ha abbandonato più del 70% delle sue rotte e al controllo passeggeri sono sparite le code, così come non c’è la ressa nella sala degli arrivi. Ieri, mentre a Roma Umberto Bossi cercava di spiegare al premier Silvio Berlusconi le “ragioni del nord”, all’aeroporto di Malpensa il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati (a capo di una giusta di centro-sinistra) ha riunito istituzioni (c’erano i presidenti delle province di Novara, Varese, Verbania), imprenditori, sindacati e consumatori. La richiesta è una sola: liberalizzazione dei voli. «I voli non più esercitati da Alitalia - ha spiegato Penati - siano messi a disposizione di altre compagnie. Chiediamo un regime di open-sky (cielo-aperto) che esiste già all’interno dell’Unione europea. Un regime che garantirà un servizio qualificato all’area più sviluppata del paese e tariffe più basse per i passeggeri». Penati non ha risparmiato attacchi al governo. «Non è possibile - ha detto - che vengano fatte scelte per proteggere il piccolo monopolista che è Cai. Tra l’altro Cai è una società privata e Alitalia non è più la compagnia di bandiera. La nuova Alitalia faccia le scelte che ritiene più opportune, ma questo territorio deve essere libero di scegliere le compagnie aeree che vuole, per collegare la Lombardia al resto del mondo». Dalle parole del presidente della Provincia anche un po’ di ironia sul “patriottismo” degli azionisti di Cai che Berlusconi, appunto, non aveva esitato a chiamare “patrioti”. «Dovevano salvaguardare l’italianità - ha detto - attraverso voli internazionali e intercontinentali. In realtà nel loro piano ci sono ben 99 voli alla settimana per il Charles De Gaulle di Parigi, praticamente negli orari di punta uno all’ora da Milano e da Roma. E Cai prenderà anche delle percentuali da Air France sui passeggeri italiani trasportati a Parigi per viaggiare poi sui loro aerei». «Il futuro di Malpensa - e Penati smette l’ironia per concentrarsi su una situazione certamente difficile - è il point to point. Pensate che negli Stati Uniti c’è un solo hub che è ad Atlanta e non a New York. Con la liberalizazione dei diritti di volo sarà rivisto anche il concetto di hub». «Non dico - ha aggiunto - che i diritti di volo devono essere liberalizzati solo per Malpensa, ma per tutto il Paese. Bisogna uscire dalla logica localistica e andare verso una logica di mercato. Se sarà così, anche aeroporti come Venezia e Pisa, che attraggono il turismo americano, potranno avere notevoli sviluppi, mentre Milano potrà continuare a sviluppare il suo mercato business».
Gigi Furini
USA: OCCUPAZIONE, PERSI 524.000 POSTI DI LAVORO
di WSI
La crisi del mercato del lavoro si avvita su se’ stessa, altro disastro nel mese di dicembre. Deluse le attese degli economisti che erano per una perdita di 500 mila posti. Tasso di disoccupazione al 7.2%. Peggior anno dalla Seconda Guerra Mondiale.
-->Nel mese di dicembre l'occupazione nel settore non agricolo negli Stati Uniti e' diminuita di 524 mila unita’. Si tratta di una contrazione dell'occupazione per il dodicesimo mese consecutivo. Il dato dello scorso mese e’ stato rivisto al ribasso da -533 mila unita’ a -584.000.
Lo ha reso noto il Dipartimento del Lavoro.
Il dato si e' rivelato peggiore rispetto alle stime degli economisti. Gli analisti si aspettavano in media una perdita di 500.000 posti. Cio' chiude il 2008 con il maggior numero di licenziamenti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ciao' dal 1945. Resta pessimista il manager di Pimco, Bill Gross, secondo cui prima di una ripresa economica gli Stati Uniti vedranno svanire ancora diversi milioni di posti. Allarmista anche Rob Carnell, economista di ING: "Tra qualche tempo le perdite di posti di lavoro supereranno la soglia di un milione su base mensile".
Il tasso di disoccupazione e’ balzato al 7.2% dal 6.8% dello scorso mese (rivisto da 6.7%), massimo assoluto degli ultimi 16 anni. Le attese erano per un rialzo pari a +7.00%. Il salario orario su base mensile e’ cresciuto dello 0.3%, oltre le attese (+0.2%).
di WSI
La crisi del mercato del lavoro si avvita su se’ stessa, altro disastro nel mese di dicembre. Deluse le attese degli economisti che erano per una perdita di 500 mila posti. Tasso di disoccupazione al 7.2%. Peggior anno dalla Seconda Guerra Mondiale.
-->Nel mese di dicembre l'occupazione nel settore non agricolo negli Stati Uniti e' diminuita di 524 mila unita’. Si tratta di una contrazione dell'occupazione per il dodicesimo mese consecutivo. Il dato dello scorso mese e’ stato rivisto al ribasso da -533 mila unita’ a -584.000.
Lo ha reso noto il Dipartimento del Lavoro.
Il dato si e' rivelato peggiore rispetto alle stime degli economisti. Gli analisti si aspettavano in media una perdita di 500.000 posti. Cio' chiude il 2008 con il maggior numero di licenziamenti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ciao' dal 1945. Resta pessimista il manager di Pimco, Bill Gross, secondo cui prima di una ripresa economica gli Stati Uniti vedranno svanire ancora diversi milioni di posti. Allarmista anche Rob Carnell, economista di ING: "Tra qualche tempo le perdite di posti di lavoro supereranno la soglia di un milione su base mensile".
Il tasso di disoccupazione e’ balzato al 7.2% dal 6.8% dello scorso mese (rivisto da 6.7%), massimo assoluto degli ultimi 16 anni. Le attese erano per un rialzo pari a +7.00%. Il salario orario su base mensile e’ cresciuto dello 0.3%, oltre le attese (+0.2%).
mercoledì 10 settembre 2008
Carne da mobbing
Per troppo tempo è stato vessato dall'azienda in cui lavorava con contestazioni disciplinari ingiustificate, controlli pressanti sulla sua persona, cambiamenti peggiorativi di mansione e orario. Un atteggiamento “mobbizzante” del datore di lavoro gli ha causato l'insorgere di disturbi di natura psicologica, che l'hanno costretto a lunghi periodi di malattia.
Proprio il superamento dei termini di assenza dal lavoro ha consentito all'azienda di licenziarlo. Il lavoratore, un macellaio 57enne di III livello alle dipendenze di Bennet spa (ccnl commercio, prima contratto a termine e poi a tempo indeterminato, dipendente della sede di Brugherio), ha quindi fatto ricorso davanti al Tribunale di Monza (Sezione Lavoro), assistito dall'Ufficio Vertenze della Cgil Monza e Brianza e dall'avvocato Caterina Casula.
Il giudice Maria Cella ha accolto tutte le sue richieste, dichiarando illegittimi il licenziamento e le sanzioni disciplinari, iniziate quando il lavoratore si è iscritto al sindacato di categoria (FILCAMS CGIL) ed è stato eletto nella rappresentanza sindacale unitaria.
Il giudice ha condannato Bennet spa a reintegrare il lavoratore nella propria mansione, nonché a risarcirgli un danno pari a 616,18 euro mensili dalla data del licenziamento a quella del reintegro. Bennet spa, inoltre, dovrà rimborsare al lavoratore 1032,39 euro per le sanzioni disciplinari illegittime, 11895 euro come riconoscimento del danno non patrimoniale e 4500 euro per le spese legali.
Daniele Bianchi
fonte: Cronaca Qui, 9 set 2008
martedì 20 maggio 2008
Guadagno pari a zero
Ecco perchè ho aderito volentieri all'iniziativa per combattere lo sfruttamento degli stagisti in redazione (vedi post sotto). Gli editori hanno trovato un altro sistema per risparmiare, o per guadagnare di più. Una volta nei giornali si facevano le "sostituzioni", cioè assunzioni di giornalisti a tempo determinato in sostituzione di altri assenti per malattia, ferie, maternità, aspettative, ecc.. Adesso ci siete voi, gli stagisti. Dovete fare gli stage? Dovete imparare? Eccoci qui. Mi viene in mente un mio amico che, molti anni fa, faceva l'aiutante di un meccanico. Ebbene, il suo guadagno non gli permetteva di comprare il sapone sgrassante per le mani e per lavare la tuta da lavoro. Sono passati 50 anni da allora e il vostro guadagno è ancora più basso. E' pari a zero.
Ho anche scaricato da internet un elenco delle aziende "virtuose" che pagano qualcosa agli stagisti (perchè la maggior parte non paga niente). Ci sono società che offrono 1000 euro (per la verità una sola, la Magneti Marelli) per poi scendere a 900, 800, 550, 400 euro e così via. Qualche società offre anche i ticket restaurant o, bontà loro, ti fa sedere alla mensa aziendale. Posso dire un'altra cosa? Nelle redazioni c'è anche tanta gente che non fa niente. Parla, discute, chiacchiera, accende il computer, fuma sul balcone, si incazza, si mette in malattia. Tutto fa, fuor che lavorare. E, in tutto questo scenario, il sindacato dove è?
Gigi Furini
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